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La gnosi: una lingua celeste tra Egitto e Iran

di Ezio Albrile

La parola gnosis in greco significa "conoscenza" e nel mondo dell'esoterismo viene utilizzata per designare due distinte attitudini speculative. Da un lato infatti si indica col termine "gnosi" tutto ciò che ha attinenza con l'universo della "conoscenza segreta" e delle dottrine sapienziali, mentre dall'altro col termine "gnosticismo" si designa una specifica corrente religiosa della tarda antichità le cui vicende storiche sono a volte strettamente legate al cristianesimo nascente.
Lo gnosticismo dei primi secoli è un grande fenomeno religioso nel cui alveo sono confluite le più svariate fascinazioni misteriche provenienti dal mondo ellenistico e vicino-orientale. Un tempo conosciuto solo nelle fonti degli avversari, cioè nei Padri della Chiesa che lo combatterono aspramente, anni addietro ha avuto una nuova riscoperta grazie al ritrovamento, nelle sabbie del deserto egiziano presso Nag-Hammadi (l'antica Chenoboskion), di una importante biblioteca in lingua copta. Si tratta dei cosiddetti manoscritti di Nag-Hammadi, una cospicua serie di trattati gnostici che per la prima volta rivelavano nelle fonti originali i testi di quest'antica religione.
Gli avversari chiamano i seguaci di quest'arcaico esoterismo con una sfilza di nomi differenti: Valentiniani, Basilidiani, Ofiti, Sethiani, Perati etc. etc., identificandoli con il nome del fondatore o con l'oggetto della loro devozione; nel caso degli Ofiti per esempio è il Serpente, in greco ophis, venerato in questa cerchia in quanto apportatore di salvezza e conoscenza. Già, perché tratto fondamentale dello gnosticismo è la reinterpretazione in chiave esoterica e "rovesciata" di tutta la storia biblica: così il malvagio Serpente edenico diventa il veicolo della conoscenza salvifica, mentre il Dio dell'Antico Testamento si trasforma in un diabolico Demiurgo, omicida ed ignorante. Il principio su cui si basano gli Gnostici per arrivare ad una simile, estrema conclusione è che se il Dio da cui deriva l'Anima dell'uomo è un Dio buono e luminoso, non può certamente avere a che fare con un mondo colmo di orrori e di angosce. Il nostro universo è l'universo della scissione in cui nulla è "reale", tutto è creato affinché l'uomo soffra in balìa di potenze a lui oscure. Il cosmo è quindi creato secondo gli Gnostici da un Creatore inferiore, un Demiurgo maldestro ed ignorante. Gli Gnostici, in trattati esoterici quali l'Apokryphon Johannis, ovvero il "Libro segreto di Giovanni" (nel medioevo conosciuto dai Catari come Liber secretus), descrivono le nefande imprese demiurgiche di questo Creatore inferiore da loro chiamato Yaldabaoth, cioè "Padre del Chaos". Padre del Chaos poiché generatore della struttura cosmica: Yaldabaoth crea i suoi Archonti, Angeli malvagi facitori del cosmo. In tutte le tradizioni gnostiche gli Archonti principali corrispondono ai sette pianeti dell'astrologia tolemaica, mentre una serie demonizzata di Decani inferiori sovrintende alle particolarità dell'universo, in questo modo l'uomo è creato da una serie di Archonti inferiori che segnano e sovrintendono ad ogni sua parte corporea. Quest'impresa, che nell'astrologia medievale prenderà il nome di melotesia, è però fallimentare: l'Adamo creato dagli Archonti è una carcassa inerte, incapace di reggersi in piedi. Le potenze della Tenebra, ignare della loro limitatezza, hanno plasmato un involucro inutile: solo l'intervento del Dio trascendente e luminoso porterà alla vivificazione del corpo di Adamo.
Altre tradizioni gnostiche provenienti dai Naasseni, cioè Nahasim equivalente ebraico di Ofiti = "Adoratori di Serpenti", narrano di un Archanthropos, cioè di un uomo primigenio e perfetto, un essere luminoso il cui corpo viene frazionato e rinchiuso nei corpi carnali dei discendenti di Adamo. Si tratta probabilmente di una interpretazione esoterica del testo della Genesi, nei passi dove si parla dell'esistenza di due Adami, un Adamo terreno plasmato dalla terra ed un Adamo celeste foggiato ad immagine di Dio. Significativo è l'uso nella sequenza di Genesi 1, 27 del termine ebraico selem per "immagine",una parola che avrà un uso magico importantissimo nelle cerchie cabalistiche della mistica ebraica medievale. Altro particolare importante è l'androginia di questa immagine divina: in questa versione dell'antropogonia Adamo è descritto in fattezze androgine, quale unione degli opposti. Anche il Dio gnostico descritto nell'Apokryphon Johannis è Metropator, ovverosia "Madre-Padre": la scaturigine del tutto è nella esperienza gnostica qualcosa di assoluto e di totalizzante, è l'esperienza dell'Uno da cui proviene il Tutto. Il dilemma gnostico risiede infatti nella spiegazione del Dio unico, ineffabile e sconosciuto, rintracciato a partire da una creazione negativa e malvagia.
I seguaci di Valentino danno a questo dilemma una risposta orientata secondo i canoni della mitologia più sfrenata. Esiste all'inizio un mondo perfetto, un pleroma, in cui dimorano in perfetta quiete una serie di entità luminose dette Eoni, in greco Aion. Questi eoni sono appaiati in coppie maschili-femminili; l'ultimo di essi, il cui nome è Sophia, "Sapienza", è colta da una passione irrefrenabile: conoscere il Padre del Tutto, il Primo Eone, il Dio sconosciuto. Ciò turba in modo sostanziale l'equilibrio del pleroma e provoca l'estromissione di Sophia. Scagliata nel "vuoto", il kenoma gnostico, Sophia si dibatte in una angoscia senza fine; dalla sua paura e dalle sue lacrime nasce la hyle, la "materia", il nostro mondo. I Valentiniani spiegano così l'origine del cosmo e del Demiurgo omicida: la Madre celeste Sophia è così la inconsapevole generatrice di un universo in cui gli uomini "spirituali" sono incarcerati. Sì, perché il mito gnostico spiegherebbe anche la diversa gerarchia esistente fra gli uomini, una gerarchia esoterica s'intende. Tre infatti sarebbero le specie di uomini, come tre sono le modalità di esistenza in cui si è depotenziata la creazione partendo dalla Luce del pleroma, passando attraverso l'angoscia psichica di Sophia, sino a giungere alla manifestazione del mondo materiale. Si parla quindi di pneumatikoi, cioè di uomini "spirituali" in cui alberga lo pneuma (= spirito) divino, di psychikoi, uomini indecisi ed intermedi in cui l'anima, la psyche è doppiamente inclinata verso il Bene e verso il Male, ed infine di hylikoi o sarkikoi, uomini "corporei" o "carnali" dediti unicamente a seguire il mondo nei suoi molteplici inganni.
Da un punto di vista rituale questa triplice ripartizione dava luogo nelle conventicole gnostiche ad una duplice ed opposta risposta: vi erano infatti gnostici che per risvegliare l'elemento divino presente nell'uomo sopprimevano totalmente l'involucro carnale, dandosi ad una ascesi assoluta; altri invece esaltavano l'elemento corporeo e sessuale, predicando l'assoluta incontinenza. È quest'ultimo l'aspetto più sconcertante ed oscuro dell'esoterismo gnostico. Consacrandosi al Demiurgo "Padre del Desiderio", gli Gnostici contribuivano a distruggerne la creazione: "tramite il piacere si combatte il piacere" sostengono i Carpocraziani, mentre una frase trascritta da un testo eresiologico fa dire ad una iniziata: "abbi rapporto sessuale con me e ti condurrò dall'Archonte". È probabile che dietro a tutta questa rituaria si nascondesse una tecnica di magia sexualis implicante una ascesa ed un attraversamento delle sfere archontiche, così come adombrato ad esempio nel "Diagramma degli Ofiti", un testo riportato dal pagano Celso nella polemica contro Origene. Il "Diagramma degli Ofiti" è un cosmogramma in cui sono effigiati i cieli archontici che l'iniziato gnostico deve attraversare per giungere alla dimora paradisiaca. L'interpretazione del Diagramma è resa difficile dalla presenza di ulteriori "barriere cosmiche", quali un gigantesco serpente, l'Uroboros, che delimita la sfera del nostro mondo e dall'idea, al culmine dell'ascesa celeste, di un doppio paradiso, una duplice dimora paradisiaca, celeste e terrestre. L'Uroboros e la presenza dei colori planetari implicano inoltre la conoscenza e la pratica presso questi Gnostici di specifici rituali sincronizzati con il ciclo zodiacale. La pratica rituale gnostica è infatti una pratica di perfezionamento esistenziale che utilizza ogni risorsa materiale al fine di trascendere la materialità stessa. In India per esempio troviamo qualcosa di simile nelle dottrine e nelle pratiche dello yoga tantrico: l'energia che mantiene in vita l'universo viene utilizzata dallo yogin per liberarsi dal cosmo stesso. È il paradosso della Sophia, la Madre celeste gnostica: come la Kali hindu anch'essa è latrice di vita e di morte.
Come s'è detto, grazie alla scoperta negli anni '50 dei testi copti della biblioteca di Nag-Hammadi, gli studi sulle origini dello gnosticismo hanno avuto una svolta decisiva. La cospicua presenza nei manoscritti di Nag-Hammadi di documenti gnostici di evidente matrice giudaica e pre-cristiana, ha reso sempre più plausibile e concreta l'idea di uno "gnosticismo giudaico" o meglio "giudeo-iranico", per certi versi indipendente dal cristianesimo ed anteriore ad esso.
In alcuni di questi testi la figura di Cristo è spesso identificata con quella del biblico Seth: questa gnosi di evidente origine giudaica considera difatti Seth come un soter, un Redentore celeste, strumento della rivelazione divina. Tale gnosticismo racchiude inoltre in sé elementi tipicamente iranici, quali il dualismo radicale che si manifesta nella reinterpretazione del materiale veterotestamentario: in questa prospettiva ermeneutica Caino è descritto come figlio dell'Archonte malvagio, partorito dall'Eva terrena, mentre, al contrario, Seth è rappresentato come unico e vero figlio di Adamo, figlio cioè del mondo divino (il pleroma gnostico).
Questa rilettura del testo biblico viene in seguito estesa alla storia dell'umanità intera, che risulta così divisa in due generazioni, ed in due nature antitetiche: i "Figli di Seth", consustanziali al mondo divino, ed i "Figli di Caino", immersi nell'oblìo delle Tenebre e vincolati al regime di morte instaurato dall'Archonte creatore del mondo. Seth è dunque considerato come il veicolo della rivelazione soteriologica, come il Salvatore che libera i propri figli dalle Tenebre del mondo inferiore, intervenendo in tre decisivi momenti della storia umana, elemento questo che ricorda i "tre tempi", i tre momenti in cui si dispiega la storia del cosmo e dell'uomo nella tradizione iranica: all'inizio, al tempo del diluvio universale, poi alla distruzione di Sodoma e Gomorra ed alla fine dei tempi, nei giorni del giudizio finale.
Ma vediamo di analizzare più da vicino le idee cosmogoniche sethiane.
È stata sottolineata da più parti la concordanza tra il resoconto di Ippolito inerente un documento sethiano, la "Parafrasi di Seth", e la prima parte di un trattato di Nag-Hammadi intitolato Parafrasi di Seem. Occupiamoci innanzi tutto del primo testo.
La cosmogonia della "Parafrasi di Seth" si fonda su tre principi: la Luce (phos), la Tenebra (skotos), ed in mezzo ad esse lo Spirito (pneuma). La Tenebra è descritta come un elemento fluido, acquatico, che attrae a sé le potenze della Luce e dello Spirito. Nel tentativo di conservare le scintille di Luce e la fragranza e il profumo dello Spirito, la Tenebra, anteriormente alla creazione, provoca il "miscuglio" (memigmenas; verbo mignumi; sostantivo mixis) con l'"acqua sottostante, oscura e spaventosa".
La stessa situazione si ripropone nella Parafrasi di Seem copta. Secondo questo documento all'inizio "vi erano la Luce e la Tenebra, e tra di loro vi era lo Spirito". Di queste tre "radici" la Tenebra, forza di disordine e di fango originata dall'eterno elemento umido, in preda agli spasmi caotici del vento e del fuoco oscuro, era totalmente incosciente dell'esistenza di una potenza divina a lei superiore. Allora lo Spirito volse il suo sguardo in basso, verso le acque della Tenebra: così, da questa "mescolanza", nelle acque del Chaos prese forma una immagine (eine) che è l'Intelletto (nous) della Tenebra. Questo intelletto oscuro altri non è che il Demiurgo omicida gnostico, l'Archonte signore di questo mondo, il quale emerge dalle torbide acque del Chaos illuminando l'intero mondo infero, cioè l'Ade. Poi la "Luce Infinita" si manifestò allo Spirito nelle sembianze di un bimbo, un fanciullo di nome Derdekeas, il Redentore celeste, portatore della rivelazione salvifica; nome in cui affiora l'aramaico dardaka, "giovane". Più avanti si dice ancora che "la Luce dello Spirito che era nella Natura (physis)", cioè nell'"utero cosmico" da cui è nato il mondo, in realtà è un'immagine che si è manifestata nelle acque sotto le sembianze di un essere mostruoso, di una bestia (therion) spaventosa ed orribile a vedersi, un drago od un serpente dalle molte facce avvolto su se stesso.
Come notò giustamente Jean Doresse nel libro dedicato alle allora sensazionali scoperte di Nag-Hammadi, già Wilhem Bousset, il "padre" della religiongeschichtliche Schule, aveva segnalato le affinità tra la cosmogonia sethiana ed il mito iranico riportato nel Bundahisn.
La cosmogonia del primo capitolo del Bundahisn - magistralmente edito tanti anni orsono dallo Zaehner - enumera infatti tre principi: la Luce (rosnih), le Tenebre (tarigih), e l'Aria o Vento (vai). I due principi, la Luce e le Tenebre, sono personificati, sono cioè rappresentati dai due dèi Ohrmazd ed Ahriman: è quindi evidente che esiste una consustanzialità fra il dio ed il suo sostrato fisico, il suo supporto materiale. Difatti nella cosmogonia iranica, i due principi combattono una "guerra" per la reciproca supremazia sul cosmo, ed essa genera un gumezisn, un "miscuglio" tra Bene e Male, tra Luce e Tenebre. Un'altra analogia con la cosmogonia sethiana e con la Parafrasi di Seem è poi rappresentata dal termine medio-iranico utilizzato per indicare entrambi i principi cosmici, cioè bun, che significa "radice", e che nella letteratura del mazdeismo zoroastriano designa la arche, il principio primordiale. La stessa situazione si ripropone nel manicheismo, dove il termine riza, "radice", svolge un ruolo centrale: nei testi manichei in medio-iranico le "due radici", do bun, rappresentano i due principi, personificati da Zurwan, il "Padre della Grandezza", e da Ahriman il Princeps Tenebrarum.
Un altro punto di contatto tra gli scritti sethiani e la letteratura mazdeo-zoroastriana è quello profetologico, ovverosia quello riguardante la rivelazione dei misteri ultimi ad un Inviato terreno da parte di un Inviato celeste, che nel caso della Parafrasi di Seem assume le sembianze del "fanciullo" Derdekeas:
"La parafrasi che riguarda lo Spirito ingenerato. Che Derdekeas ha rivelato a me, Seem, secondo la volontà della Grandezza (megethos). Il mio intelletto che era nel mio corpo mi ha portato via, lontano dalla mia generazione. Mi ha sollevato verso il capo del mondo, che è vicino alla Luce che risplende su tutta la superficie là. Io non vidi nulla di aspetto terreno, ma vi era Luce. E la mia mente, separata dal corpo di tenebra, come se fossi in sonno. Udii una voce che mi diceva: "Seem, poiché tu sei di una potenza pura, e sei il primo essere sulla terra, ascolta e comprendi ciò che ti dirò per la prima volta, riguardo alle grandi Potenze che esistono sin dall'inizio, prima che io apparissi. C'era Luce e Tenebra e vi era lo Spirito tra loro..."".
Dopo aver vagato, in estasi, tra gli Eoni di Luce, il profeta alla fine si risveglia:
"Io sono Seem. Nel giorno in cui ero uscito fuori dal corpo, quando il mio intelletto restò nel corpo, mi risvegliai come da un lungo sonno".
Tralasciando i dettagli, in questa rivelazione estatica bisogna sottolineare alcuni fatti importanti. In primo luogo la descrizione di questa esperienza visionaria propone una analogia tra morte ed iniziazione in cui la mente umana apre il proprio occhio interiore alla visione della realtà spirituale ed all'esistenza nel post mortem, prefigurata dal "sonno" di morte e dalla separazione del corpo, e che coincide nei tratti essenziali con descrizioni affini provenienti dalla letteratura giudaica, e concorda in particolare con la visione estatica di cui è protagonista il profeta Zarathustra nel Bahman Yast, una apocalisse sassanide basata su materiali avestici molto antichi. Sempre su questo tema non si deve dimenticare l'episodio del ponte Cinvat, il ponte situato sia sul cammino dei morti, che su quello degli iniziati, e che solo i "giusti" (asavan, ardavan) - morti o vivi - riescono ad attraversare. Il rapporto morte/iniziazione che così si instaura conferisce a quest'ultima un valore di "conoscenza della morte" presente in molte tecniche estatiche, di cui spesso rappresenta una specifica finalità: l'iniziato "conosce" l'altro mondo, la realtà spirituale, ed è colui che penetra e che comprende i "misteri ultimi".
In secondo luogo poi, l'incontro tra la Madre suprema, la "Madre del tutto" ed il profeta, prospettato nella notizia di Epifanio di Salamina sui Sethiani, concorda non solo con l'episodio del ricongiungimento tra Madre e Figlio nei testi manichei iranici, ma anche con l'incontro tra l'Anima del defunto e la den < daena descritta nell'avestico Hadoxt Nask. Anche se il primo episodio, cioè quello che coinvolge il profeta, l'Inviato celeste, implica una rivelazione, mentre i due seguenti sono di carattere più prettamente escatologico, questi ultimi si integrano perfettamente nella menzionata coincidenza tra morte ed iniziazione che l'esperienza estatica ed apocalittica presuppone e che si esprime in maniera caratteristica nell'ascensione celeste del Redentore gnostico, cioè nel rapporto implicito che esiste tra Inviato terreno ed Inviato celeste.
Un ulteriore riscontro a queste concezioni lo troviamo in un altro documento attribuito alla gnosi sethiana, l'Apocalisse di Adamo, dove l'esperienza estatica si configura come uno specifico strumento di rivelazione escatologica.: "Io dormivo nel sonno del mio cuore", dice infatti Adamo al figlio Seth. In questa condizione di torpore estatico si manifestano poi tre creature angeliche:
"... e io vidi tre uomini davanti a me, le cui sembianze non potei riconoscere perché non erano potenze del dio che ci aveva creati...".
Anche da questo caso si ripropone la tipica analogia tra morte ed iniziazione; non a caso difatti gli angeli rivolgendosi ad Adamo, dicono:
"Svegliati, o Adamo, dal sonno di morte e ascolta...".
Gran parte dell'Apocalisse di Adamo è incentrata sulla figura mitica del phoster, dell'"Illuminatore" destinato a sconfiggere le forze del male ed a ristabilire il regno paradisiaco in terra poiché rivestito di "gloria e forza" divine. Il termine "gloria" (doxa) ha, in questo contesto, sia il valore tipico di "onore, dignità regale", sia quello di "splendore" e di "forza luminosa". Ciò presumibilmente si riallaccia all'analoga concezione iranica dello xvarEnah (>pahlavi xwarrah), l'igneo splendore celato nella libagione sacrificale, l'haoma (>pahlavi hom), nell'"elisir d'immortalità", e nel seme. Quest'ultima peculiarità connette la "forza luminosa", lo xvarEnah, alla figura dello stesso Zarathustra: secondo una tradizione, nelle acque del lago Kansaoya sarebbe celato il seme del Profeta, da cui nascerà il Saosyant (pahlavi Sosyans), il Salvatore futuro, l'operatore della frasokErEti (>pahlavi frasgird), la trasfigurazione del mondo che si compirà al termine dell'ultimo ciclo cosmico. Questo seme igneo è in realtà il medesimo xvarEnah, la medesima forza luminosa ed universale che agisce in ogni essere, fornendogli gli strumenti soteriologici per portare a compimento la sua missione nel mondo. Per questa sua caratteristica esso è indissolubilmente legato alla figura del Redentore iranico, il "Soccorritore" Saosyant, artefice supremo della storia dell'uomo e del cosmo, colui che opererà il rinnovamento finale.
In quanto forza che aderisce a colui che compie la trasfigurazione del cosmo lo xvarEnah riveste un'importantissima funzione escatologica: lo xvarEnah, la "forza luminosa", lo splendore dimorante nelle acque del lago Kansaoya sotto forma di simbolo seminale, è il più potente mezzo trasmutativo di questo mondo e di questo stato ontologico; da esso sorgerà il Saosyant, l'operatore della trasfigurazione totale dell'esistenza, la forza invincibile che abbatterà il dominio del principio del male Ahriman (l'avestico Angra Mainyu) e delle sue creature. Infatti "(lo xvarEnah) si associerà al Saosyant vittorioso e agli altri suoi soci, quando renderà eccellente la vita, non soggetta a vecchiaia, non soggetta alla morte, incorruttibile, immarcescibile, sempre viva, sempre prospera, con libero potere; quando i morti risusciteranno, per i viventi verrà l'indistruttibilità, renderà eccellente la vita, secondo la volontà...".
Trasparenti appaiono le affinità con l'Apocalisse di Adamo, dove l'"Illuminatore" è ripetutamente detto manifestarsi o "venire sull'acqua", allo stesso modo che il Saosyant è detto "levarsi sul lago Kansaoya". Il simbolismo delle acque allude evidentemente alla nascita, rappresentata dalla generazione corporea. L'"Illuminatore" nasce difatti da una "goccia", un chiaro simbolo seminale che troviamo nello iranico Bundahisn, in cui l'origine del mondo e dell'uomo è detta scaturire da una "goccia":
"... Questa creazione nella sua totalità è una goccia d'acqua, l'uomo stesso è stato creato da una goccia d'acqua...".
Un'ultima osservazione riguarda l'utilizzo nella Parafrasi di Seem del termine "Grandezza", megethos, per indicare l'Essere Supremo. Il greco megethos corrisponde al siriaco rabbuta, entrambi impiegati nei testi manichei per indicare il "Padre della Grandezza". Il termine corrispondente nei testi mandaici è sempre rabuta, anch'esso utilizzato per designare l'entità somma, il "Signore della Grandezza", Mara d-rabuta. Nei testi manichei redatti in medio-iranico il Dio della Luce, il "Padre della Grandezza" è però lo stesso Zurwan (anche denominato Pidar rosn, "Padre della Luce"), al quale viene applicato, anche qui l'epiteto di "Grande", wuzurgih, termine molto antico derivante da un retroterra prettamente iranico.
Esiste inoltre un testo assai suggestivo in lingua siriaca, la cosiddetta Cronaca di Zuqnin, che è una sorta di compendio di concezioni e dottrine gnostiche di derivazione giudaica ed iranica, e nella quale si trovano le medesime espressioni quali rabbuta, "Grandezza", e Abba d-rabbuta, "Padre della Grandezza". Questo scritto, analizzato e comparato con i documenti sethiani, prova in maniera indiscutibile l'esistenza di una gnosi giudeo-iranica. Ciò evidentemente implica, alla luce di quanto si è detto, che i documenti gnostico-giudaici devono essere sostanzialmente rivisitati e considerati in una prospettiva molto più ampia, tesa ad evidenziare gli elementi più propriamente iranici o, se vogliamo, di tipo gnostico-iranico.
Dall'analisi dei testi qui brevemente presi in considerazione, si è potuto constatare come l'influenza delle idee iraniche sulla gnosi giudaica sia da ritenersi non solo un fatto importante, bensì decisivo. Pur concordando nelle linee di fondo con il magistrale e splendido lavoro di ricerca condotto da Gilles Quispel per ricostruire le basi ideologiche e dottrinali dello gnosticismo giudaico, si devono però prendere le distanze dal suo duro rifiuto dell'ipotesi iranistica, che egli ritiene insostenibile e da abbandonare. Nella valutazione del problema gnostico vanno difatti considerate ogni tipo di ermeneutiche che possano contribuire alla piena comprensione di un fenomeno che, sempre nelle parole del Quispel, ha assunto la morfologia di una Weltreligion. Non si tratta quindi di provare in maniera definitiva ed esaustiva l'iranicità dello gnosticismo, rintracciata in una fazione del mazdeismo zoroastriano, cioè nello zurvanismo di epoca partica. Infatti le diverse tesi che riconducono il fenomeno gnostico a questa o quella religione o corrente filosofico-religiosa, ora greca, ora giudaica, ora egiziana, ora mesopotamica, ora iranica, sono tutte sostanzialmente errate, non tanto perché lo gnosticismo sia un fenomeno sincretistico, quanto perché l'essenza della gnosi è tipologicamente diversa da quella di "religione", intesa come insieme e compendio di dogmi, miti e riti.
Mentre la "religione" focalizza l'interesse dell'uomo sull'escatologia e sulla vicenda del post mortem, lo gnostico è proteso alla realizzazione della propria palingenesi, della sua apokatastasis in questa vita; mentre le "religioni" richiedono un'accettazione passiva, fideistica, incondizionata, lo gnosticismo pone l'attenzione sulla necessità di una "gnosi" delle cose divine e sull'importanza di una esperienza spirituale vissuta in interiori homine; mentre l'uomo "religioso" si abitua a concepire la divinità come un Essere Supremo personale, del tutto "altro", estraneo alla natura umana, lo gnostico riconosce nello pneuma, cioè nella presenza delle particelle di Luce nell'anima, il solo, unico e vero Dio.